http://www.anteremedizioni.it
Ottavio Rossani su Lo spostamento degli oggetti:
http://poesia.corriere.it
Caterina Verbaro su Lo spostamento degli oggetti
(in occasione del conferimento del Premio Shelley - San Giuliano poesia In/civile)
Al centro della poesia di Alessandro De Francesco c’è il rapporto percettivo con gli oggetti variamente interrogati: evocati in un inventario di icastiche presenze che compongono la scena, ma anche scandagliati e scomposti in dettagli rivelatori, in una continua ricerca di epifanie che solo sembra essere possibile nella relazione tra soggetto, oggetto e linguaggio. La percezione assume nel testo un ruolo di medium conoscitivo, quasi un grado zero della celaniana “esposizione al mondo” che consente al soggetto la decifrazione del reale.
Sottratti alla pura referenzialità da un codice poetico straniante, resi astratti e insieme limpidi dall’opacità della parola, gli oggetti della quotidianità e della contemporaneità (telefoni, boccette, muriccioli, macchine) si traducono in veicoli di senso e in potenti mezzi di esperienza. (Si legga, ad esempio, la sentenza che apre una poesia:
che se mai ci sembrasse proprio impossibile immaginare
cos’è la morte ci sono sempre gli oggetti a ricordarcelo
La lingua poetica restituisce il dinamismo degli oggetti e mette in luce l’intensità del loro movimento e della loro energia, segue ogni minimo svolgimento dell’azione, mediante un sapiente gioco espressivo di pause interne, fratture, scarti, isotopie. Caratteristica formale del testo è infatti la sperimentazione di varie forme di frammentazione del verso, ad esempio mediante il ricorso a corsivi e spaziature. La dislocazione mai scontata del segno nella pagina, il carattere di instabilità a cui ogni singola parola è sottoposta, risponde a un criterio di necessità espressiva, in quanto perfettamente funzionale al ruolo assegnato alla poesia: evidenziare, nell’apparente stasi del visibile, il principio del mutamento, rappresentato dall’inquietudine che muove le cose e dal continuo, quasi impercettibile, spostamento degli oggetti nello spazio e nel tempo.
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Fabio Zinelli su Lo spostamento degli oggetti
da«Semicerchio», n. XXXVIII, 01/2009
Pubblicata nella collana ‘Opera prima’ diretta da Flavio Ermini, la raccolta di Alessandro De Francesco può essere considerata secondo due punti di vista distinti. Come libro del poeta ‘da giovane’, ricco di vari momenti di liricità nitida, affettiva, alla Sereni. La scrittura tende a farsi una registrazione di eventi che si costruiscono come altrettante epifanie. Il libro diventa così una sorta di notebook imagista: «talvolta i volti della gente / appartengono ad un’altra dimensione» (vedi un celebre quasi haiku di Pound «The apparition of these faces in the crowd»). Sottolineiamo ancora un espediente insieme grafico e tonale, il rilievo della frase lirica in un contesto largo mediante il semplice uso del corsivo: «di quel saluto di notte a marina di pisa / ricordo tutto». D’altra parte, secondo il programma espresso dal titolo e rinforzato da citazione del Tractatus di Wittgenstein («Gli oggetti contengono la possibilità di tutte le situazioni»), esperienza e osservazione si organizzano secondo un programma preciso che deve legare la scrittura poetica al discorso della filosofia. Prima ancora che di concettualizzare meccanismi e situazioni all’interno di un confronto di poetiche (intendendo appunto la poetica come il medium tra la filosofia e i versi), si tratta di realizzare una fusione, senza virgolette, tra linguaggi e Stimmung. Accade così che poesia sulle cose e poesia delle cose si trovano a rinviare, necessariamente, alla tradizione della poesia fenomenologica che ha avuto il suo campione in Ponge. È una linea infatti molto presente all’interno della tradizione d’oltralpe e che De Francesco, che lavora attualmente in un contesto universitario a Lione, conosce molto bene. Troviamo dunque epifanie di oggetti che hanno qualcosa da dire anche per la loro semplice presenza (immancabile il computer, nelle sue singole componenti: disco rigido, cavi, ventola), per il loro rumore (lo sfrigolare del frigorifero, e se si ricorda che l’autore sa di musica elettronica potremo parlare forse di un ‘suono povero’). Ma anche, secondo un consolidato canone novecentesco, sono oggetti che rivestono lo statuto di correlativi oggettivi: «forse negromanzie dal tubo del deumidificatore / ai piedi del letto» (senza però referente metafisico, in un contesto in cui le allegorie sono definitivamente rovinate, si veda l’attacco «in questi spazi minimi dove si trova il gesto / che fa crollare il vuoto quotidiano», che sembra alludere a La gronda di Fortini). Sono essi stessi l’esperienza del neutro: «che se mai ci sembrasse proprio impossibile immaginare / cos’è la morte ci sono sempre gli oggetti a ricordarcelo». Va detto che se uno degli obbiettivi del lavoro è di procedere al trapianto e ambientazione di un tipo di scrittura ‘fredda’ di scuola francese (per la conoscenza della quale in Italia proprio Ermini e la rivista Anterem tanto hanno fatto), il fine è in sé interessante. Si tratta di conquistare uno spazio di comunicazione letteraria che si collochi oltre la traduzione e aperto a un confronto di contenuti e linguaggi al di fuori delle vecchie direttive di prestigio esercitate dalle letterature nazionali, ma nei termini di una inner immigration europea. Bisognerà certo, leggendo il libro, tener conto del fatto che come Ponge non si riduce alla fenomenologia, né gli autori delle edizioni P.O.L. alla letteratura potenziale se non a uno sguardo esterno e generalizzante, ‘fuori tradizione’ appunto. Il nodo da risolvere nel prosieguo dell’esperimento sarà coòunque quello di non perdere il contatto con la tradizione italiana, non solo perché di fatto coincidente con il contesto d’arrivo del ‘prodotto’, ma per dare profondità alla percezione di quanto appartiene al codice e quanto pertiene invece alla bellezza della scrittura individuale.
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Martin Rueff, Pour tout l'amour du monde: sur Lo spostamento degli oggetti
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